Esseri umani in cammino

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Si fa un gran parlare di rifugiati. Siamo inondati di notizie sulla crisi, l’invasione, l’emergenza dei rifugiati. Ma cos’è un rifugiato?

Io me lo sono chiesto insistentemente dopo aver vissuto 6 mesi in un campo di siriani in Libano. Proprio nella condivisione della quotidianità, avendo dato ad ognuno di loro un viso, un nome, una storia, per me hanno smesso di essere rifugiati, sono diventate persone, al massimo siriani.

Che poi, rifugiato…cosa vuol dire RIFUGIATO? Grammaticalmente si tratta del participio passato del verbo rifugiarsi (cfr. Vocabolario online Treccani) e in quanto participio è principalmente utilizzato come un aggettivo. Un aggettivo dunque: una parte variabile del discorso che esprime gli attributi del sostantivo a cui si riferisce (sempre cfr. Treccani – La Grammatica Italiana). La parola rifugiato quindi, nella lingua italiana, è principalmente un aggettivo che caratterizza lo stato di una persona che è stata costretta ad abbandonare il proprio paese per motivi spesso politici o a causa di catastrofi ambientali gravi.

Perdonatemi la pedanteria, ma trovo questa riflessione linguistica molto importante: l’essere delle persone costrette a fuggire è solo una delle tante caratteristiche che definiscono le persone che ho incontrato. Etichettando questi uomini e queste donne, identificandole con il loro stesso trauma togliamo loro dignità, li disumanizziamo.

Perché invece non pensare ai rifugiate semplicemente come un’essenza, un’umanità allo stato puro? Fuggono da uno Stato che dovrebbe difenderli e questa fuga li trasforma in ripudiati dalla propria Madre Patria: hanno ancora un passaporto, ma non vale più nulla, perché loro non sono più siriani, sudanesi o afgani…sono semplicemente esseri umani in cammino.  Pensare ai migranti come semplici appartenenti alla famiglia umana è un cortocircuito che non ci possiamo permettere perché sovvertirebbe il nostro sistema politico occidentale basato su confini e invalicabili frontiere, create proprio per difendere e proteggere gli Stati dallo scambio culturale di esseri umani con altri esseri umani.

In questo senso, la “crisi dei rifugiati” ci interpella perché mette in risalto l’assurdità di un sistema che permette la libera circolazione dei beni, ma non delle persone. Farò un semplice esempio: passeggiando tra i banchi del souq di Tripoli (principale porto del Libano settentrionale) si può trovare facilmente del sapone di Aleppo, ma un aleppino che ha deciso di rifugiarsi in Libano per non imbracciare le armi e salvare la propria famiglia dalle bombe non ha diritto ad avere un documento di identità valido.

Questo è un sistema destinato a fallire. Anzi, sta già fallendo. Sta fallendo perché nel 2016 sono morte quasi 5.000 persone nel Mar Mediterraneo e circa 100.000 sono ferme da quasi un anno in campi di fortuna alle frontiere europee. Sta fallendo perché troppo spesso l’accoglienza che viene riservata ai sopravvissuti che sono riusciti a raggiungere il Vecchio Continente non è un’accoglienza degna. Sta fallendo perché ci siamo dimenticati che anche noi europei siamo stati in cammino a causa di guerre che hanno segnato tutto il XX secolo.

Ma non sta fallendo solo il sistema, stiamo fallendo anche noi, come esseri umani, perché non ci indigniamo più e non siamo più capaci di farci avanti per difendere dei fratelli che stanno combattendo le stesse battaglie dei nostri nonni, settant’anni fa. Se non sappiamo che rumore fanno le bombe è solo perché qualcuno prima di noi quel rumore l’ha conosciuto e ha lottato perché non si sentisse mai più.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito di Operazione Colomba
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